Nonostante le sempre più numerose evidenze contrarie, i risparmiatori sembrano voler continuare imperterriti ad affidare i propri capitali a banche e fondi che non fanno altro che spremere i loro già magri rendimenti attraverso costi più o meno espliciti.

L’ultima puntata di questo spiacevole e costosissimo franchise la racconta Eva Szalay sul Financial Times.

Più di un decennio dopo che un gruppo di fondi pensione ha portato le proprie banche in tribunale per spese eccessive, una nuova ricerca mostra che gli investitori continuano a pagare molto più del previsto per gli scambi in valuta.

L’analisi di quasi 2.000 fondi ha mostrato che il costo dello scambio di dollari in valute come la sterlina diminuisce del 3,2% i rendimenti annui che sarebbero stati realizzati dalle attività sottostanti.

Secondo Lumint e New Change FX, le banche di custodia hanno addebitato in media 267 dollari per ogni milione negoziato in questi swap, sebbene le transazioni potessero essere effettuate per soli 35 dollari.

Ciò equivale a una spesa eccessiva di oltre 370 milioni di dollari in quasi tre anni, secondo le stime della ricerca.

Nel 2009, lo stato della California ha citato in giudizio State Street, accusandola di “frode irragionevole” per aver sovraccaricato due fondi pensione statali, Calpers e Calstrs, sui cambi di valuta.

Altri fondi hanno avviato un’azione legale contro la Bank of New York Mellon, sostenendo che prometteva la migliore esecuzione possibile, ma in realtà applicava tassi di cambio pessimi per i clienti.

State Street ha finito per pagare più di 500 milioni di dollari nel 2016 per risolvere le cause avviate dal governo degli Stati Uniti, dalle autorità di regolamentazione e dai clienti su questi “ricarichi”.

L’accordo di BNY Mellon nel 2015, invece, ha superato i 700 milioni di dollari.

Uno studio indipendente condotto nel 2018 da Carol Osler, professoressa alla Brandeis University del Massachusetts, ha analizzato il costo di tali operazioni di valuta non negoziate eseguite tramite banche di custodia.

Osler ha scoperto che, in media, gli investitori pagavano sette volte di più per le operazioni di valuta quando facevano affidamento sui tassi di cambio forniti dai loro depositari rispetto a quando negoziavano al tasso di mercato.

Sembra comunque che solo una minoranza dei gestori voglia vederci chiaro: la società di analisi FX Transparency ha affermato che due terzi dei 288 fondi pensione recentemente esaminati in Nord America ed Europa “chiudono un occhio” sul costo reale delle negoziazioni di valuta.

Ebbene, siamo sicuri di voler affidare i nostri risparmi a strutture così torbide, indecifrabili e costose, quando ci sono alternative molto più performanti e trasparenti?

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